Inquietudine teorica e strategia del gigioneggio

7 dicembre 2007

Lupi e pecore a confronto.

Qualche giorno fa Luca scriveva dell’empatia delle pecore. Oggi scopriamo che in natura esiste anche il perdono, in particolare nei lupi. Ebbene, le pecore soffriranno per le pene delle loro compagne, ma i lupi sono anche capaci di perdonare. In realtà, quale che sia il torto subito (e non saprei dire cosa sia un torto per un lupo), la riconciliazione è necessaria per la sopravvivenza del branco. In pratica qualunque tipo di incomprensione o di scontro fra membri dello stesso gruppo potrebbe mettere in pericolo la vita di tutti. Fra i lupi ,quindi, perdonare non è solo nobile, ma fondamentale. Fa parte della loro natura. Immaginiamo un giorno lupesco su un monte, diciamo il monte Ciccia. Un lupo, chiamiamolo Evaristo, ruba la preda appena uccisa da un altro, che sarà Giuseppe. Giuseppe, comprensibilmente incazzato, va da Evaristo e lo azzanna. Comincia una piccola rissa. Il branco si riunisce attorno ai due litiganti, chi ulula, chi abbaia, chi aizza Giuseppe, chi tifa per il sangue. Poi arriva il capo , nero perchè ha già avuto una brutta giornata, e fa un casino, convincendo i due a smettere di picchiarsi. La cosa, sanno bene i due lupi, deve finire lì.Il modo per festeggiare la forzata riappacificazione arriva presto, con un bell’assalto notturno ad un gregge di pecore, che nel frattempo sono troppo concentrate a guardarsi in faccia e darsi pacche sulle spalle per accorgersi del pericolo. I lupi, essendo magnanimi, le fanno fuori tutte per non far soffrire le eventuali sopravvissute. E al mattino, sul monte Ciccia, nessuna pecora triste e tanti lupi amiconi e panzuti. Equilibrio perfetto.

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3 dicembre 2007

Un giorno da leone e una faccia da pecora, favola per pastori erranti e principi piccoli

Filed under: Animali,Filosofia,Natura — luca8jdm @ 11:07 pm
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Come quasi tutti gli animali, anche le pecore hanno una gamma minima di fisionomie, espressioni facciali atte a manifestare lo stato di benessere, e in un certo senso l’umore, dell’animale.

Cosa intendiamo per stato di benessere? Adesso attenzione.

Ci sono fattori e parametri che permettono di identificare in maniera semplice e infallibile il significato delle espressioni facciali pecorine: considereremo ovini “infelici” quelli acciaccati da malattia o zoppaggine; quelli che stanno soffrendo la sete o un digiuno, o condizioni atmosferiche rigide; che vivono in un ambiente insalubre o troppo angusto per tutto il gregge; che hanno recentemente subito o che spesso subiscono violenza e abusi fisici; che dormono poco o male. Fin qui è chiaro no?

Per gli opposti motivi classificheremo come pecore “felici” quelle pasciute e in salute, che godono di buon sonno e che vivono in un ambiente sano.

Ora, una pecora felice ha una faccia significativamente diversa da quella di una pecora infelice, credeteci;

una pecora stressata tende a tenere gli occhi sgranati, le orecchie tese verso l’alto, i muscoli della mascella contratti, tanto per dirne alcune;

così, una pecora soddisfatta tende a socchiudere le palpebre, a tenere le orecchie flosce, i muscoli della mascella rilassati, e insomma ci siamo capiti.

Ebbene, finalmente l’eccezionale particolarità delle pecore: degli studiosi hanno periodicamente sottoposto a un gregge di pecore felici le fotografie di pecore stressate e stanche. Questo le ha rese gradualmente più agitate, belanti e inappetenti. Infelici.

Viceversa, gli stessi studiosi hanno mostrato quotidianamente a un gregge di pecore infelici e nervose le foto di pecore contente e sane, cosa che le ha progressivamente tranquillizzate, rendendole più distese e serene.

La poesia: non solo il docile ovino ha la sorprendente capacità di riconoscere ed elaborare le facce e le espressioni dei suoi simili ritratti in fotografia, ma, soprattutto, è fortemente sensibile, dal punto di vista emozionale, allo stato d’animo dei suoi parenti.

La pecora lieta e pasciuta che viene a conoscenza dell’esistenza di suoi simili nervosi, affaticati e sofferenti si risente, prova istintivamente disagio e dispiacere, forse frustrazione. La propria impotenza di fronte all’infelicità del prossimo la turba e la angoscia.

Ancor più incredibilmente: la pecora infelice, che conduce una vita dolorosa di cui non capisce il senso, si consola al pensiero che da qualche remota parte, una qualche sua simile sconosciuta è felice; dalla felicità degli altri trae un genuino appagamento. “Ma sì, ma sai che ti dico, se quello che faccio, se lo schifo in cui vivo, permettono a qualcuno di essere felice, vaffanculo, a me va bene così.”

Meglio un giorno da leone che cento anni da pecora, per vivere da pecora ci vogliono le palle.

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